Forni



“Con o senza mantici, con o senza rota, ma solo col vento causato dall’acqua che artificiosamente casca in certe concavità, lavora colando la vena et facendo il ferro come fanno gli altri forni che vanno con ruote e mantici, et manco spesa assai; cosa stupenda et degna di esser veduta.”


B. Soldo, XVII secolo.

 

Nel secolo XVI, in Valle Sabbia esistevano numerosi forni fusori attivi: due a Bagolino, uno ad Anfo, uno a Lavenone, uno a Vestone, Barghe, Odolo, Livemmo, Forno d’Ono, Levrange, Navono e Malpaga. V’è pure chi ammette l’esistenza di un basso-fuoco in Gaver, probabilmente una “regana” che ogni miniera intensamente sfruttata costruiva per evidenti ragioni di economia e comodità.
Negli Statuti della Val di Sabbio, compilati nel 1573, compare un capitolo dedicato ai “forni da ferro”, in parte modificato ed ampliato negli anni successivi. Gli altiforni erano solitamente di proprietà dei Comuni; essi li affittavano alle cosiddette “Compagnie dei forni”, che sorgevano per regolamentarne l’utilizzo tra i soci. Tra le diverse “Compagnie”, ebbe vita lunga quella del forno di Livemmo.
Ogni altoforno impiegava circa undici operai e produceva circa settecento quintali di ghisa, consumando trenta sacchi di carbone al giorno intero, compresa la notte, detto “un’ora di forno”.
Bagolino era il solo paese nel Bresciano in cui si fabbricava acciaio direttamente formato dalla ghisa. La sua produzione si otteneva liquefacendo per due volte il ferro crudo fra la polvere di carbone e fuori dal contatto diretto del vento; quindi, riducendolo sotto il maglio in verghe che si facevano raffreddare nell’acqua.
Per avere acciaio più fino, si univano insieme parecchie verghe della migliore qualità, e si sottoponevano a bollitura fra i carboni, ottenendo una massa che veniva divisa in verghette più sottili delle prime.
Nel 1815, cessarono l’attività l’altoforno di Vestone e quello di Ono. Quello di Livemmo continuò affannosamente la sua attività fino al 1847. Durante la dominazione austriaca, solo uno dei forni di Bagolino continuava a produrre ghisa.
Nessun racconto legato al passato valsabbino rievoca l’attività dei forni fusori e neppure nelle testimonianze degli anziani se ne trova traccia. Rimane la toponomastica a ricordare ai valligiani dell’antica attività siderurgica e della localizzazione degli opifici: a Vestone ed Anfo vi è la “Strada del forno”; nelle Pertiche orientali, resta il nome del villaggio di Forno d’Ono; ad Odolo, rimane la località denominata “Forno”.
Solo dell’antico forno fusorio di Livemmo, situato in un territorio incuneato in una strettissima valle tra i Comuni di Mura e Pertica Alta, rimangono alcune tracce materiali ancora leggibili: si riconoscono i resti dei carbonili addossati al sentiero sovrastante, numerose arcate di pietra cinerea, tumuli a forma di cono ricoperti da zolle calpestate.