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   La lingua, oltre che strumento di comunicazione, è anche manifestazione del legame con la propria terra e del rapporto con la storia delle popolazioni che, nel corso del tempo, l'hanno abitata e modificata.
Ogni lingua perciò si modifica di tempo in tempo e di luogo in luogo.

L'idea di documentare l'attuale "stato" della "lingua dei bresciani" è quindi un'operazione scientifica di grande importanza e di grande rilievo.



Il lavoro di cartografazione è in fase avanzata di realizzazione e sarà disponibile a breve sul nostro sito

Presentazione dell'opera                                                                                
 Il dialetto bresciano è parlato in un ampio territorio, fortemente differenziato sia dal punto di vista geografico che da quello socio-economico, con appendici anche al di fuori dei limiti amministartivi provinciali. Sostanzialmente bresciano è infatti il dialetto dell'Alto Mantovano, così come affini al bresciano sono i dialetti delle confinanti valli trentine e perfino della sponda gardesana orientale da Malcésine a Castelletto di Brenzone.
In definitiva, possiamo dire che si parlano dialetti di tipo bresciano in quelle aree che, nel lungo lasso di tempo che va dagli albori degli idiomi neolatini fino all'epoca moderna, si sono rivolte a Brescia come principale (se non esclusivo) centro di riferimento economico e culturale, anche se non sempre (e in taluni casi mai) sono state sotto la sua giurisdizione amministrativa.

In un territorio così vasto le differenze linguistiche, nonostante l'indubbia azione livellatrice del modello cittadino, sono ancora abbastanza evidenti e ciò vale non solo per le zone più periferiche (come l'Alta Val Camonica, o il Medio e Alto Garda), ma anche per aree più prossime alla città, specialmente se non dislocate lungo le principali vie di comunicazione (tipico, in questo senso, il caso di Lumezzane).

All'interno dei non molti studi sul bresciano, la variazione geografica del dialetto è stata presa in considerazione soltanto in tempi recenti e perlopiù dal punto di vista fonetico e morfologico. Nulla invece è stato fatto finora per il lessico, che, sulla base dei vocabolari dialettali esistenti, quasi tutti ancora ottocenteschi, dà una falsa immagine di unitarietà, dovuta unicamente al fatto che tali opere lessicografiche (con la meritoria eccezione del Vocabolario di Giovanni Scaramella, sono state compilate facendo riferimento quasi esclusivamente alla parlata del Capoluogo.

Sulla scorta dei dati ricavabili dalle inchieste degli Atlanti linguistici nazionali - l'Atlante Italo-Svizzero (AIS) e l'Atlante Linguistico Italiano (ALI) -, che hanno interessato il territorio bresciano per una ventina di località, si può invece osservare una grande ricchezza di tipi lessicali diversi per numerosi termini, in particolare (ma non solo) nei settori della flora, della fauna, dei mestieri tradizionali e della vita quotidiana.

L' Atlante Lessicale Bresciano si propone di iniziare a colmare questa lacuna attraverso un'indagine a maglie abbastanza strette, che copre con 101 punti di rilevazione circa la metà dei comuni della Provincia di Brescia, sconfinando in cinque casi anche oltre i limiti amministrativi, e precisamente a Malcésine (VR), Ostiano (CR), Solferino, Castiglione delle Stiviere e Asola (MN). A tal fine il territorio è stato suddiviso in otto aree linguistiche principali: Brescia e dintorni, Pianura, Garda, Area pedemontana orientale, Valle Sabbia, Valle Trompia, Franciacorta e Sebino, Valle Camonica, ciascuna delle quali ulteriormente ripartita in subaree di più limitate dimensioni secondo criteri geografici, storici e linguistici insieme.

Accanto agli obiettivi scientifici, il progetto intende perseguire anche un obiettivo culturale di carattere più generale: contribuire alla documentazione e alla conservazione di un patrimonio linguistico essenziale per la memoria storica delle comunità locali, ma in continuo depauperamento sotto la spinta della progressiva italianizzazione dei dialetti e dell'abbandono di interi settori del lessico strettamente connessi con attività ormai (quasi) completamente scomparse, o radicalmente mutate sul piano tecnologico.

Giovanni Bonfadini
(Università degli Studi di Milano)