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La lingua, oltre che strumento di comunicazione, è anche manifestazione del legame con la propria terra e del rapporto con la storia delle popolazioni che, nel corso del tempo, l’hanno abitata e modificata.Ogni lingua perciò si modifica di tempo in tempo e di luogo in luogo. L’idea di documentare l’attuale “stato” della “lingua dei bresciani” è quindi un’operazione scientifica di grande importanza e di grande rilievo.
In questa direzione si muove l’Atlante Lessicale Bresciano, che la Fondazione Civiltà Bresciana sta completando sotto la direzione del prof. Giovanni Bonfadini.

Presentazione dell’opera.

 Il dialetto bresciano è parlato in un ampio territorio, fortemente differenziato sia dal punto di vista geografico che da quello socio-economico, con appendici anche al di fuori dei limiti amministrativi provinciali. Sostanzialmente bresciano è infatti il dialetto dell’Alto Mantovano, così come affini al bresciano sono alcuni dialetti delle confinanti valli trentine e della sponda gardesana orientale.
  In definitiva, possiamo dire che si parlano dialetti di tipo bresciano in quelle aree che, nel lungo lasso di tempo che va dagli albori degli idiomi neolatini fino all’epoca contemporanea, si sono rivolte a Brescia come principale (se non esclusivo) centro di riferimento economico e culturale, anche se non sempre (e in taluni casi mai) sono state sotto la sua giurisdizione amministrativa.
  In un territorio così vasto le differenze linguistiche, nonostante l’indubbia azione livellatrice del modello cittadino, sono ancora abbastanza evidenti e ciò vale non solo per le zone più periferiche (come l’Alta Val Camonica o l’Alto Garda), ma anche per aree più prossime alla città, specialmente se non dislocate lungo le principali vie di comunicazione (tipico, in questo senso, il caso della Val Gobbia).
  All’interno dei non molti studi sul bresciano, la variazione geografica del dialetto è stata presa in considerazione in tempi recenti e perlopiù dal punto di vista fonetico e morfologico. Si vedano, a questo proposito, i due saggi di G. Bonfadini Il dialetto bresciano: modello cittadino e varietà periferiche (in ‘Rivista Italiana di dialettologia’, 14, 1990) e Il dialetto bresciano alla luce delle ricerche più recenti (in ‘Annali di storia bresciana’,3, 2015).
  Poco invece è stato fatto finora per il lessico, che, sulla base dei vocabolari dialettali storici, fornisce un’immagine di unitarietà dovuta unicamente al fatto che tali opere sono state in genere compilate facendo riferimento quasi esclusivamente alla parlata del capoluogo e soltanto da pochissimi anni questa tendenza è stata interrotta grazie al corposo Lessico bresciano di Gianni Pasquini (Roccafranca, 2014) che non a caso ha come sottotitolo I diversi significati, le varie sfumature, le pronunce altre e le scritture di una lingua che ha connotato una civiltà.
  Sulla scorta dei dati ricavabili dalle inchieste degli atlanti linguistici nazionali – l’Atlante Italo-svizzero (AIS) e l’Atlante Linguistico Italiano (ALI) -, che negli anni Venti e Trenta del secolo scorso hanno interessato il territorio bresciano per una ventina di località, si può invece osservare una grande ricchezza di tipi lessicali diversi per numerosi termini, in particolare (ma non solo) nei settori della flora, della fauna, dei mestieri tradizionali e della vita quotidiana.
  L’Atlante Lessicale Bresciano si propone di iniziare a colmare questa lacuna attraverso un’indagine a maglie abbastanza strette, che copre con 101 punti di rilevazione circa la metà dei comuni della Provincia di Brescia, sconfinando in cinque casi oltre i limiti amministrativi, e precisamente a Malcésine (VR), Ostiano (CR), Solferino, Castiglione delle Stiviere e Asola (MN).
  A tal fine il territorio è stato suddiviso in sette aree principali: Brescia e dintorni, Pianura, Garda, Valle Sabbia, Valle Trompia, Franciacorta e Sebino, Valle Camonica, ciascuna delle quali a sua volta ripartita in subaree di dimensioni più limitate. Le inchieste sono state condotte sulla base di un Questionario di 305 voci scelte tra quelle che, da un attento spoglio di tutto il materiale disponibile, mostravano la presenza in area bresciana di almeno due tipi lessicali diversi. Accanto agli obiettivi scientifici, il progetto intende perseguire anche un obiettivo culturale di carattere più generale: contribuire alla documentazione e alla conservazione di un patrimonio linguistico essenziale per la memoria storica delle comunità locali, oggi in continuo depauperamento sotto la spinta della progressiva italianizzazione dei dialetti e dell’abbandono nell’uso concreto di interi settori del lessico strettamente connessi con attività ormai (quasi) completamente scomparse, o radicalmente mutate sul piano dei metodi e delle relative tecnologie.
  La scelta della forma cartografica per la rappresentazione dei dati raccolti, oltre alla garanzia di una metodologia collaudata in più di un secolo di tradizione scientifica, risponde anche all’opportunità di rendere più semplice la fruizione dei risultati agli utenti non specialisti: le differenze e le somiglianze sono di gran lunga più immediate leggendole su una carta che non in un testo descrittivo.

Alcuni dati quantitativi.

 Per ogni punto di rilevazione sono state condotte, in linea di massima, due inchieste con informatori diversi, in parte direttamente dai membri della Redazione scientifica dell’Atlante che ha operato negli anni della raccolta e della catalogazione del materiale (oltre al Direttore della ricerca, Elisa Noli, Gianfranco Pavia, Giovanni Pontoglio e Piervittorio Rossi), ma per la maggior parte da raccoglitori scelti fra ricercatori ed operatori culturali locali (molti gli insegnanti) e anche da volontari disponibili a raccogliere i dati seguendo il modello elaborato dalla Redazione.
  Questa attività, condotta spesso con grande entusiasmo e consapevolezza degli obiettivi del progetto, ha interessato nel complesso circa 60 raccoglitori e non meno di 250 informatori.
Il lavoro di spoglio e schedatura del materiale raccolto in sette anni dal 1994 al 2000, tenuto conto del numero delle voci del questionario, del numero delle inchieste svolte e dei numerosi casi di risposte multiple, ha comportato l’esame di circa 70.000 forme dialettali.

L’edizione dell’Atlante.
  In attesa del completamento dei lavori redazionali, l’Atlante viene pubblicato in formato digitale e con un corredo di 150 carte, pari a circa la metà del corpus complessivo.
Le carte, realizzate in formato A3 sono di libera consultazione e possono anche essere stampate. Per la cartografazione sono stati seguiti criteri – come i nomi dei punti di indagine per intero in luogo dei canonici numeri – che tengano conto dei destinatari dell’opera, non soltanto specialisti, ma anche e soprattutto istituzioni scolastiche e culturali o singoli operatori e studiosi, o semplici curiosi, perché l’Atlante, come si detto, intende essere anche uno strumento di formazione per una cultura complessiva del territorio, che non può prescindere dalla sua componente linguistica.
  In questa direzione va anche la scelta di una grafia che unisca precisione scientifica a chiarezza e semplicità: a tal fine la soluzione più adatta resta quella proposta nel 1977 dalla ‘Rivista Italiana di Dialettologia’ (già in precedenza utilizzata nelle pubblicazioni della Regione Lombardia), basata fondamentalmente sulla grafia dell’italiano.